arneto, a circa 14 chilometri da Perugia, sulla antica via
Eugubina, sarebbe restato uno dei tanti colli ricoperti dai
ruderi di vecchi monasteri benedettini, se non fosse stato
affidato, in atto di riconoscenza, a San Francesco e ai suoi
frati. Le vicende andarono come segue.
Francesco d’Assisi era partito dalla Porziuncola per
recarsi alla Verna. Attraversando la vallata del Tevere, fra
Perugia e Gubbio, gli si fece incontro l'abate del monastero
di San Giustino Val d’Arno, per raccomandarsi alle sue
preghiere. Narra il Celano: «L'abate del monastero di
San Giustino, nella diocesi di Perugia, incontrò un
giorno Francesco e, sceso velocemente da cavallo, si intrattenne
brevemente con lui a parlare della salvezza della sua anima.
Quando alla fine si allontanò, gli chiese umilmente
di pregare per lui. “Pregherò, signore, volentieri”,
rispose Francesco. L'abate si era allontanato di poco, quando
il Santo, rivolto al compagno, gli disse: “Aspetta un
poco, perché voglio soddisfare il debito di ciò
che ho promesso”. Aveva infatti questa abitudine, di
non gettare dietro le spalle la preghiera richiesta ma di
adempiere quanto prima una tale promessa. Mentre il Santo
supplicava il Signore, subito l'abate provò nello spirito
un calore insolito ed una dolcezza sconosciuta fino a quel
momento e, rapito fuori dai sensi, gli sembrò proprio
di venire meno. Si fermò un istante, poi ritornato
in se stesso, constatò la potenza della preghiera di
san Francesco.
Per questo provò un amore sempre più grande
per l'Ordine e riferì a molti il fatto come un miracolo»
(2 Cel. 103).
La tradizione sostiene che in quell’occasione l’abate
abbia donato ai frati Minori il terreno per edificarvi un
conventino. Forse c'era lì un ospizio rurale o grancia
del vicino monastero di San Giustino; c'era un oratorio dedicato
alla Madonna (anche attualmente si chiama «chiesa della
SS. Pietà»), ed un magnifico bosco di farnie,
che avevano dato il nome al colle.
Seguendo gli storici francescani, si apprende che questo luogo
fu lo scenario di alcuni simpaticissimi episodi.
Il primo incontro del pellegrino al santuario avviene con
uno strano monumento posto sulla piazzetta antistante la chiesa,
a coronamento del colle: un fusto altissimo di cipresso posto
su un basamento di travertino e sorretto da quattro colonnine
snelle in ferro battuto. E’ il cosiddetto “bastone
di San Francesco”. La tradizione riporta che il Santo,
un giorno, volendo provare l'obbedienza e l'umiltà
di un suo frate, lo chiamò a sé, piantò
a terra il suo bastone e gli comandò di innaffiarlo
ogni giorno. Il frate obbedì, ed il bastone crebbe
e divenne albero con i rami contorti e filamentosi, a somiglianza
di radici; tanto che si disse che il Santo avesse piantato
il bastone al contrario della posizione normale di una pianta.
Il cipresso restò verde fino al 1878; e fu soprattutto
la devozione indiscreta dei pellegrini che lo fece seccare.
In occasione del VII centenario della morte del Santo assisiate
fu sistemato definitivamente in forma di monumento: quale
testimonianza di umiltà e di obbedienza.
Gli storici riferiscono a Farneto una pagina dei «Fioretti»
riguardante la superbia di frate Elia. Si tratta del seguente
episodio: un giorno, mentre San Francesco sostava nel luogo
di Farneto insieme a frate Elia vicario dell'Ordine, fu bussato
insistentemente alla porta da un giovane bellissimo. Fu aperto
da frate Masseo, il quale rimproverò il giovane di
aver «picchiato disusatamente» e gli dettò
le norme... civili del picchiare alle porte dei conventi :
«Picchia tre volte, una dopo l'altra, di rado: poi aspetta
tanto che il frate abbia detto il paternostro e venga a te;
e se in questo intervallo ei non viene a te, picchia un'altra
volta».
Ma a queste norme di gentilezza da parte di frate Masseo fa
contrasto fortissimo la superbia irata di frate Elia, il quale
non vuole andare alla porta a rispondere ai quesiti del giovane.
Si muoverà solo dietro formale precetto d'obbedienza
di San Francesco; ma quando l'ospite vorrà sapere se
sia lecito in convento coartare le libertà evangeliche,
frate Elia risponderà con disprezzo: «Io so ben
questo, ma non ti voglio rispondere; va per i fatti tuoi!».
Riportate le cose a San Francesco, questi si turbò;
riconobbe che il giovane era un angelo mandato da Dio a rimproverare
frate Elia dei nuovi obblighi che aveva imposti ai frati,
e gli disse : «Male fate, frate Elia superbo, che cacciate
da noi gli Angeli santi, i quali ci vengono ad ammaestrare.
lo ti dico che temo forte che la tua superbia non ti faccia
finire fuori dell'Ordine» (Fioretti, cap. IV).
Un'altra visita angelica al Farneto è ricordata dalla
tradizione e da una reliquia custodita gelosamente. Un giorno
d'inverno, dopo che la neve era caduta abbondante e nessuno
poteva più uscire per la questua, i frati erano restati
senza cibo; San Francesco li condusse a pregare nell'oratorio.
Ed ecco, si sente bussare ripetutamente alla porta, dove un
giovane consegna al portinaio un sacco di pane freschissimo.
Tutta la comunità va per ringraziare il benefattore;
ma questi era già scomparso, senza che si scorgessero
orme sulla neve.
Il sacco fu custodito, ed anche assottigliato: se ne distribuirono
infatti i frammenti, tanto che attualmente è ridotto
in minuscole porzioni. Ma non è ancora finito.
Nel bosco di farnie e di cipressi, continuano i ricordi dei
ripetuti soggiorni del Poverello di Dio. E’ indicata
la cappella con lo «scoglio di San Francesco»:
uno scoglio al limite del bosco, a cui il Santo si sarebbe
aggrappato durante una forte tentazione, per non essere precipitato
dal demonio nel burrone. La pietra sarebbe diventata molle,
dandogli possibilità di aggrapparsi: e vi sono restate
impresse le impronte delle ginocchia e delle mani del Santo.
Presso la stessa cappella, si indica il luogo dove il primo
fanciullo “fraticino”
sorprese San Francesco nella preghiera, la notte che volle
scoprire «le vie di San Francesco», come narra
il noto episodio dei «Fioretti» (Fioretti, cap.
XVII).
Farneto risulterebbe, così, il primo nido per i fanciulli
desiderosi di seguire San Francesco; e fu questo uno dei motivi
per cui nel 1890 vi fu costruito uno dei primi collegi serafici.
Trascurando altri ricordi, datici dalla tradizione o dai documenti
storici, accenniamo che Farneto fu uno dei primi romitori
assegnati a frate Paoluccio Trinci per l'Osservanza. Marco
da Lisbona ricorda nelle sue «Cronache» che a
Farneto San Giacomo della Marca trascorse l’intero inverno
1468-69, predicando a folle di pellegrini e sanando molti
infermi.
Dal sec. XVI al sec. XVII il convento di Farneto fu riservato
ai chierici studenti di filosofia. Intorno al 1890-91, il
luogo ospitò, come già accennato, il Collegio
serafico; in quegli stessi anni vennero ampliati il chiostro
e la chiesa. Quella precedente fu spogliata con la soppressione
del 1863 di una pregevole tavola a tempera raffigurante la
Pietà, di Fiorenzo di Lorenzo. Gli ultimi eventi bellici
danneggiarono seriamente il complesso conventuale, specie
la chiesa nella facciata, nella navata centrale e nel coro,
che andò completamente distrutto. Riparati i danni,
ricostruite ex novo la facciata ed il campanile, tutta la
chiesa fu decorata e dipinta dal valente pittore Elpidio Petrignani.
Attualmente, oltre al cipresso-bastone, alla reliquia del
sacco, allo scoglio nel bosco (inglobato nella “cappella
di San Francesco”), rimane un braccio del primitivo
convento, probabilmente del sec. XIII, chiamato appunto “dormitorio
di San Francesco”, con una cella che si dice abitata
dal Santo.
Paolo Rossi
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